Già da piccola ho manifestato le prime avvisaglie di osservatrice acuta. Mentre tutti erano vorticosamente impegnati nello svolgimento dei loro compiti, delle loro mansioni, io in silenzio li scrutavo. Per invocare una rappresentazione suggestiva, potrei descrivere l'immagine chiara, definita, di una bambina in mezzo a una folla di sagome indefinite e convulse. Con lo sguardo puntavo il soggetto che decidevo di analizzare e come per incanto il tempo rallentava per entrambi. Il torpore dello scorrere del tempo mi permetteva di classificare gli atteggiamenti, i movimenti e le reazioni. Potevo scomporre e analizzare minuziosamente il comportamento e trarne le mie conclusioni. Negli anni questa dote si è affinata, divenendo una tecnica personalizzata anche dalla natura polemica. Mi bastano pochi sguardi, parole e movimenti per ottenere una relazione completa dalla mia logica. Le mie analisi sono spesso rivolte ad atteggiamenti che trovo interessanti o di contro tediose. Indago sulla natura, sulla forza che spinge una persona a comportarsi in un determinato modo. Probabilmente mi serve per forgiare il mio modello comportamentale. E' un tentativo di scoprire la forza motrice per evocarla quando la ritengo produttiva o evitarla quando la ritengo sterile.
Quando scruto un individuo preso o sorpreso dalla passione, cerco puntalmente di coglierne la fiamma che lo brucia, l'incipit che lo smuove.Spessissimo ne rimango travolta. Perché la passione vera, è così. E' un'energia talmente potente e talmente percettibile che s'irradia nell'aria, si propaga come il suonoed entra nelle nostre fibre. Per esserne catturati è sufficiente essere dei portatori sani, pronti a recepirla.
Di contro osservo anche persone con comportamenti antipodici. Intrappolati in una tediosa quotidianità in un modo raccapricciante. A me fanno accaponare la pelle. Si tratta di individui intenti a pianificare, ottimizzare e perpetuare le loro attività quotidiane. Fin qui nulla di strano direi.Il fatto è che sto parlando di soggetti che non hanno una cippa da fare!!!Cioè le loro mansioni sono perlopiù una produzione di servizi per la famiglia. Ma questa produzione, li divora e li assorbe, li annulla fino a perdere senso e fino a diventare più importante dei familiari stessi.
Un esempio? Avete presente una di quelle casalingheconvulse?. Passano intere giornate a pulire minuziosamente e poi tutta la vita a fare in modo che nulla si sporchi. Se potessero confezionerebbero i figli e i mariti nel cellophane e comanderebbero i loro movimenti con la telecinesi. Ma dico che vita è? Sono sempre lì a tormentare tutti per le gocce lasciate in bagno, per il lavandino bagnato, per le impronte lasciate, per il tappeto spostato, per aver usato il doppio servizio buono!!!Ossignur ci muoio di crepacuore. Il loro unico scopo è non sporcare e passano il loro tempo ad affinare la tecnica delle pulizie per ottenere il massimo con il minimo sforzo. Poi vanno in giro vantandosi della loro grande dedizione alla faccende. Questo le rende soddisfatte.
Io sono tollerante verso ogni forma di espressione umana, ma totalmente repulsiva verso quelle sterili come questa appena descritta. Possibile che la vita di una persona debba ridursi a questo? Debba scorrere tra il perpetuare delle pulizie e i programmi sciacalli del pomeriggio?Capirei se l'ottimizzazione applicata fosse atta ritagliarsi del tempo per coltivare una passione personale. Di quelle che fanno bene a mente e corpo. Queste invece hanno imparato solo a curarsi del corpo per i beni di prima necessità : quelli fisiologici. Non c'è spazio per lo spirito, per i diversivi. Sposano senza indugi le opinioni degli altri, per non affaticarsi a produrre di proprie. Perciò se la tv dice qualcosa, diventa un pensiero sovrano e assoluto.
Per concludere, mi chiedo se queste persone davvero si disattendono (il che sarebbe comunque una presa di coscienza), o vivono incubate in questo tedioso stato. Voi che ne dite?
Grovigli di pensieri, ispirazioni tratti da un'unica radice. Potente energia che profuma e colora, riscalda e innesca : la Passione. Le considerazioni di una Petra di Sciara, figlia e madre di fusioni ed effusioni interiori. All'esterno la superficie porosa e grezza, conserva il nucleo fuso della lava. Ad avere l'anima sulla pelle, s'impara anche a sentire dagli occhi, e con un solo sguardo si passa per tutti i sensi.
mercoledì 4 febbraio 2015
sabato 31 gennaio 2015
Abiti discriminanti?
Stamane mentre mi accingevo a vestirmi, mi sono posta un quesito. Per la verità più di uno. Avete presente quella serie di dilemmi concatenati alla Ally McBeal? Dopotutto ognuno di noi ha il suo giorno da svampita no?
Il dilemma in questione è scaturito, appunto, mentre stavo per indossare un abitino di poche pretese. Vedrete più in avanti, quanto poche fossero davvero le pretese. Per farvi un'idea a 360 gradi, allegherò anche una foto del suddetto. Tale abitino, preso su una bancarella per pochissimi euro (giusto 6 mi pare) con etichetta made in Italy by Rossocapriccio, era a dire della venditrice ambulante, una rimanenza di negozio. Quindi stiamo parlando di un abito da Outlet, per usare un termine in voga. Nessuna indicazione sulla taglia, tessuto semielastico fitto, poliestere, testa di moro, smanicato, sagomato, scollo quadrato, un po' svasato sul fondo, lunghezza a metà gamba. Mi è piaciuto il prezzo e il modello. Me lo sentivo addosso. Una volta a casa, l'ho subito indossato. Mi calzava a pennello. Per dirla tutta, sembrava che fosse cucito sul mio corpo. Nessuna tensione, nessun punto stretto. Dopo le prime considerazioni ho pensato che prima di cantar vittoria dovessi comunque chiudere la lunghissima cerniera posta sul retro. La prima metà è stata una bazzecola. Dalle scapole in su cominciano a sorgere le difficoltà. Sebbene io sia una sportiva, di corporatura particolarmente elastica, ho dovuto compiere un azione smisurata per arrivare a fine corsa della chiusura. Sono sicura di esserci riuscita grazie all'eccessiva mobilità delle mie articolazioni. Vi assicuro che a meno che non si tratti di una ginnasta quindicenne, l'impresa risulta impossibile da compiere in solitaria.
Analizziamo la chiusura lampo, che così lampo non è. Circa 70 cm di zip, la cui fine arriva all'altezza della vertebra cervicale C7. Per chiuderla è necessario suddividere il movimento in due tempi. Il primo col braccio destro piegato dietro la schiena ,che spinge fino all'altezza delle scapole (sempre che vi riesca), e il secondo sempre col braccio destro, che passa dietro la schiena scendendo dalla spalla.
Vi assicuro che se non siete allenate non riuscirete. Potete però cimentarvi nell'esecuzione del classico esercizio di elasticità, delle mani che si toccano dietro la schiena. Per capirci cliccate su questo link. Un braccio che entra da dietro la spalla e l'altro che entra dal punto vita. Probabilmente dopo una settimana di allenamento riuscirete a chiudere la lampo.
Conclusa questa considerazione veritiera, si presuppone che se non siete, come dicevo prima, delle giovani ginnaste, dovete perlomeno essere sposate, o fidanzate o conviventi. E' necessario che viviate con qualcuno e che questo qualcuno sia in casa ogniqualvolta deciderete di indossare l'abito. Ovviamente il problema non si porrebbe affatto se foste Mc Giver, il quale troverebbe un ingegnoso sistema per indurre la cerniera a chiudersi con nonchalance.
E' qui che mi è sorta l'idea che la questione potrebbe facilmente essere sposata da qualche femminista incallita, che addita ogni pretesto come discriminatorio (alla condizione che lo stesso riguardi un ristretto numero di persone senza poter essere esteso alla parziale totalità). Un abito taglia 40/42 per un corpo 90,66,91. Solo la pronuncia verbale di questi numeri, potrebbe far gridare alla discriminazione, alla trasposizione della figura della donna come oggetto.
Se a questo assunto aggiungiamo anche l'irragiungibile cerniera, verrà fuori il quadro di un mostro della produzione tessile all'ingrosso. Lo scempio del messaggio insito nelle forme di quell'abito, nell'affronto che palesa nelle sue dimensioni e nella sua fattura. Si tratta sicuramente di un abito discriminatorio che subliminalmente (ma non troppo) detta l'imperativo che a indossarlo può essere solo una donna dalla corporatura impeccabile, con un passato da ginnasta e un legame sicuro (tale da garantire la chiusura della zip). "Si!! E' assolutamente un' indecenza, direbbero i gruppi infervorati delle zitelle sciatte. "Un affronto selettivo ad opera dei grandi distributori di abbigliamento. "
Con questa considerazione concludo il mio viaggio paranoioco in salsa femminista e un po' svampita , e aggiungo :"Smettiamola di arrabbiarci col mondo e di dare la colpa agli altri per quello che siamo."
Con leggerezza , vostra kate.
Il dilemma in questione è scaturito, appunto, mentre stavo per indossare un abitino di poche pretese. Vedrete più in avanti, quanto poche fossero davvero le pretese. Per farvi un'idea a 360 gradi, allegherò anche una foto del suddetto. Tale abitino, preso su una bancarella per pochissimi euro (giusto 6 mi pare) con etichetta made in Italy by Rossocapriccio, era a dire della venditrice ambulante, una rimanenza di negozio. Quindi stiamo parlando di un abito da Outlet, per usare un termine in voga. Nessuna indicazione sulla taglia, tessuto semielastico fitto, poliestere, testa di moro, smanicato, sagomato, scollo quadrato, un po' svasato sul fondo, lunghezza a metà gamba. Mi è piaciuto il prezzo e il modello. Me lo sentivo addosso. Una volta a casa, l'ho subito indossato. Mi calzava a pennello. Per dirla tutta, sembrava che fosse cucito sul mio corpo. Nessuna tensione, nessun punto stretto. Dopo le prime considerazioni ho pensato che prima di cantar vittoria dovessi comunque chiudere la lunghissima cerniera posta sul retro. La prima metà è stata una bazzecola. Dalle scapole in su cominciano a sorgere le difficoltà. Sebbene io sia una sportiva, di corporatura particolarmente elastica, ho dovuto compiere un azione smisurata per arrivare a fine corsa della chiusura. Sono sicura di esserci riuscita grazie all'eccessiva mobilità delle mie articolazioni. Vi assicuro che a meno che non si tratti di una ginnasta quindicenne, l'impresa risulta impossibile da compiere in solitaria.
Analizziamo la chiusura lampo, che così lampo non è. Circa 70 cm di zip, la cui fine arriva all'altezza della vertebra cervicale C7. Per chiuderla è necessario suddividere il movimento in due tempi. Il primo col braccio destro piegato dietro la schiena ,che spinge fino all'altezza delle scapole (sempre che vi riesca), e il secondo sempre col braccio destro, che passa dietro la schiena scendendo dalla spalla.
Vi assicuro che se non siete allenate non riuscirete. Potete però cimentarvi nell'esecuzione del classico esercizio di elasticità, delle mani che si toccano dietro la schiena. Per capirci cliccate su questo link. Un braccio che entra da dietro la spalla e l'altro che entra dal punto vita. Probabilmente dopo una settimana di allenamento riuscirete a chiudere la lampo.
Conclusa questa considerazione veritiera, si presuppone che se non siete, come dicevo prima, delle giovani ginnaste, dovete perlomeno essere sposate, o fidanzate o conviventi. E' necessario che viviate con qualcuno e che questo qualcuno sia in casa ogniqualvolta deciderete di indossare l'abito. Ovviamente il problema non si porrebbe affatto se foste Mc Giver, il quale troverebbe un ingegnoso sistema per indurre la cerniera a chiudersi con nonchalance.
E' qui che mi è sorta l'idea che la questione potrebbe facilmente essere sposata da qualche femminista incallita, che addita ogni pretesto come discriminatorio (alla condizione che lo stesso riguardi un ristretto numero di persone senza poter essere esteso alla parziale totalità). Un abito taglia 40/42 per un corpo 90,66,91. Solo la pronuncia verbale di questi numeri, potrebbe far gridare alla discriminazione, alla trasposizione della figura della donna come oggetto.
Se a questo assunto aggiungiamo anche l'irragiungibile cerniera, verrà fuori il quadro di un mostro della produzione tessile all'ingrosso. Lo scempio del messaggio insito nelle forme di quell'abito, nell'affronto che palesa nelle sue dimensioni e nella sua fattura. Si tratta sicuramente di un abito discriminatorio che subliminalmente (ma non troppo) detta l'imperativo che a indossarlo può essere solo una donna dalla corporatura impeccabile, con un passato da ginnasta e un legame sicuro (tale da garantire la chiusura della zip). "Si!! E' assolutamente un' indecenza, direbbero i gruppi infervorati delle zitelle sciatte. "Un affronto selettivo ad opera dei grandi distributori di abbigliamento. "
Con questa considerazione concludo il mio viaggio paranoioco in salsa femminista e un po' svampita , e aggiungo :"Smettiamola di arrabbiarci col mondo e di dare la colpa agli altri per quello che siamo."
Con leggerezza , vostra kate.
giovedì 29 gennaio 2015
Richard Smith: "Morire di cancro è la morte migliore"
L'argomento
è sicuramente delicato da trattare. La prima considerazione che sorge
spontanea in me è quella che purtroppo il trattamento contro il cancro è
uno di quei casi in cui il rimedio è peggio della cura. Durante il
periodo di cure, i pazienti sono sottoposti a uno stress emotivo tale da
non poter concludere che è il miglior modo di morire. Il tradimento del
proprio corpo, le energie spese a contrastarlo. Le speranze che
svaniscono e l'idea fissa che dal giorno della diagnosi i malati sanno
che dovranno morire, rendono impossibile ogni considerazione e
organizzazione rilassata. Sappiamo tutti che il nostro contratto di vita
è a tempo determnato, ma quando lo dice un medico, è come se scattasse
una specie di timer biologico e la parola "morte" assume una solennità
profetica. Qualunque sia il modo, non credo ne esista uno migliore. La
morte è il peggior affronto alla vita, ma è inevitabile. Richard Smith
ha solo raccontato a voce alta il suo modo di affrontare emotivamente la
malattia, e si è permesso di proferire il suo pensiero in questi
termini solo perché direttamente coinvolto. Anche se non avesse
dichiarato la sua morte imminente, le sue parole sono un chiaro
testamento e la volontà di aver l'ultima parola su qualcosa che la
parola non usa, ma l'inganno del silenzio e dell'azione devastante in
sordina : il cancro.
domenica 25 gennaio 2015
Ho imparato bene una cosa. Scrivere nel momento dell'ispirazione. Questo modus operandi, fa sì che il pensiero arrivi fluido. Limpidamente così com'è nato verrà trascritto.
Riflettevo sul fatto che io davvero sono nata nell'epoca nella quale i sogni non costavano. Non avevano un marchio, nè un prezzo. Non erano accessibili o inaccessibili rispetto al proprio reddito, ma alle proprie potenzialità. Erano sogni che potevano restare chiusi nel cassetto senza mai creare frustrazioni. Erano inconsistenti eppure provocavano reazioni sinestetiche.
Nel tempo di cui parlo quando si chiedeva a un bambino: - Qual è il tuo sogno?-, egli rispondeva :-Vorrei essere come...papà, mamma, l'astronauta, lo scienziato.
Si coniugavano i sogni al verbo essere. E' questa la sostanziale differenza. I sogni erano un divenire della persona.
Attualmente cosa cambia?
Cambiano i tempi?, le espressioni? I sogni? Cambia tutto. I bambini non sanno sognare. Se non da piccolissimi. Dopo il primo contatto con la realtà, smettono i loro sogni e usano i nostri. Se non fosse per quello che sto per dire, ognuno di voi sarebbe portato a credere che in questo processo non c'è nulla di sbagliato. Visto che sono figli nostri, gli abbiamo insegnato a sognare come facevamo noi. Invece no, tutto il contrario. La nostra generazione ha causato questa discontinuità. Come è presto detto. Abbiamo preso tutte le nostre frustrazioni, i giocattoli mai avuti, le nostre aspettative e le abbiamo messe in mano dei nostri bambini. La nostra giustificazione è stata :-Voglio dare a mio figlio, tutto quello che non ho avuto io .-
In quest'assurda pretesa abbiamo toppato, e più che riempire la vita ai nostri bambini l'abbiamo svuotata. Gli abbiamo impedito di sognare, di vivere in quello stato fisico a mezz'aria. Tra realtà e fantasia. Gli abbiamo insegnato che i sogni stanno esposti in vetrina e che per averli dobbiamo "avere".
Gli abbiamo insegnato il baratto consumistico, quello inconsistente e improduttivo. Se chiediamo oggi a un bambino cosa sogna, risponderà di sicuro citando un noto marchio. I nostri figli, coniugano all'avere, piuttosto che all'essere. Ed è tutta colpa nostra. Colpa di chi ha gratificato il suo bambino interiore, per mezzo dei propri figli, rubandogli la capacità di accrescere il desiderio. Di proiettarsi al futuro e di creare un immagine di sé. Siamo nell'epoca dell'avere.
Riflettevo sul fatto che io davvero sono nata nell'epoca nella quale i sogni non costavano. Non avevano un marchio, nè un prezzo. Non erano accessibili o inaccessibili rispetto al proprio reddito, ma alle proprie potenzialità. Erano sogni che potevano restare chiusi nel cassetto senza mai creare frustrazioni. Erano inconsistenti eppure provocavano reazioni sinestetiche.
Nel tempo di cui parlo quando si chiedeva a un bambino: - Qual è il tuo sogno?-, egli rispondeva :-Vorrei essere come...papà, mamma, l'astronauta, lo scienziato.
Si coniugavano i sogni al verbo essere. E' questa la sostanziale differenza. I sogni erano un divenire della persona.
Attualmente cosa cambia?
Cambiano i tempi?, le espressioni? I sogni? Cambia tutto. I bambini non sanno sognare. Se non da piccolissimi. Dopo il primo contatto con la realtà, smettono i loro sogni e usano i nostri. Se non fosse per quello che sto per dire, ognuno di voi sarebbe portato a credere che in questo processo non c'è nulla di sbagliato. Visto che sono figli nostri, gli abbiamo insegnato a sognare come facevamo noi. Invece no, tutto il contrario. La nostra generazione ha causato questa discontinuità. Come è presto detto. Abbiamo preso tutte le nostre frustrazioni, i giocattoli mai avuti, le nostre aspettative e le abbiamo messe in mano dei nostri bambini. La nostra giustificazione è stata :-Voglio dare a mio figlio, tutto quello che non ho avuto io .-
In quest'assurda pretesa abbiamo toppato, e più che riempire la vita ai nostri bambini l'abbiamo svuotata. Gli abbiamo impedito di sognare, di vivere in quello stato fisico a mezz'aria. Tra realtà e fantasia. Gli abbiamo insegnato che i sogni stanno esposti in vetrina e che per averli dobbiamo "avere".
Gli abbiamo insegnato il baratto consumistico, quello inconsistente e improduttivo. Se chiediamo oggi a un bambino cosa sogna, risponderà di sicuro citando un noto marchio. I nostri figli, coniugano all'avere, piuttosto che all'essere. Ed è tutta colpa nostra. Colpa di chi ha gratificato il suo bambino interiore, per mezzo dei propri figli, rubandogli la capacità di accrescere il desiderio. Di proiettarsi al futuro e di creare un immagine di sé. Siamo nell'epoca dell'avere.
Educazione d'oggi
Entro
di sponda con un po' di ritardo per dire la mia. Mi scuso, ma sono più
mattiniera che nottambula. Da genitrice "giovane", mi trovo nella terra
di mezzo. Sono nata nel periodo dello sguardo che inceneriva, perolmeno
in casa del miei. Io credo che la
verità e la giusta misura stiano sempre in mezzo. La scuola ha perso il
suo potere educativo. E purtroppo l'ha perso anche la famiglia. Dietro
la barbara scusa di volere il meglio per i figli, si cede solo nel dare
loro cose fittizie. E l'intenzione a fin di bene si trasforma in
diseducativa. Io ho un figlio di 14 anni, e non ho mai avuto bisogno di
usare le mani. Questo non dipende dal suo carattere mite (visto che non
lo è), ma dipende dal fatto che ho sempre fatto leva sull'empatia, sugli
esempi pratici. Ogniqualvolta vedevo e vedo in lui un atteggiamento
discutibile, lo riprendevo in forma dialogica. Trovo inutile picchiare i
figli, specie perché quello che vogliamo censurare è frutto
dell'educazione che gli abbiamo somministrato noi stessi. Un rapporto
equilibrato deve basarsi sul rispetto reciproco non sul timore. Certo
ogni tanto capita di alzare la voce, ma anche quello è solo un
atteggiamento arrogante. Tutti compiamo piccole azioni, delle quali non
ci rendiamo conto e i nostri figli registrano, assemblano, interpretano e
poi attuano. Probabilmente questa, insieme a tante altre è solo parte
di un insieme di motivazioni che ci hanno condotto all'estremità
opposta. Bisogna far provare sulla pelle ai figli certe frustrazioni,
per far capire loro che certe mancanze nei confronti degli adulti o dei
coetanei, possono far male. Bisogna accompagnarli all'identificazione
empatica, e verso tutte le esperienze sociali. Solo sperimentando tutti i
ruoli, saranno in grado di sceglierne uno democratico. E poi
smettiamola di dire "sono i compagni" che lo trascinano, perché i nostri
figli hanno un cervello proprio e se non lo usano si vede che siamo
stati noi stessi a fare in modo che non si attivasse proficuamente.Autocritica insomma.
venerdì 15 agosto 2014
Ferragosto, passarlo in casa non è poi così terribile. Decisamente quasi in contro tendenza. Non ho mai avuto troppo amore per le date da festeggiare, specie quelle che hanno perso sapore. Spesso siamo solo vittime di abitudini che mossi da sentimenti. E' più l'impeto a guidarci che la passione a smuoverci. Rispondiamo più a cliché che a esigenze vere. Facciamo dell'inutile, l'irrinunciabile. Ma queste riflessioni che formulo in continuo, tornano a motivarmi, quando al mare incontro un ragazzo con due cani, che senza disturbare e libero da ogni fardello prende un po' di sole. Al mare siamo tutti più simili, perché ci spogliamo di buona parte del superfluo. Comincio ad osservarli e rimango incantata dal feeling che c'è tra loro tre. Un legame esclusivo ma libero al contempo. Col passare delle ore mi basta un pretesto qualunque per scambiare due parole ed entrare nel suo mondo. Un giocoliere del fuoco, che vive di espedienti, nella totale libertà della sua persona. Non c'è mai vittimismo né vanto. Il sorriso e la disponibilità dei suoi occhi, la gentilezza dei suoi modi, la sua umiltà ti insegnano che per esser felici e godere del mare c'è solo bisogno del tempo di andarci, non altro. Lui porta se stesso e i suoi cani, appena un telo per non poggiare il corpo sulla sabbia rovente. Non ha occhiali da sole, né creme, né ombrelloni, né riviste da leggere, né snack o bibite. Nessuna borsa termica, nessun collare per i cani, niente giochi da spiaggia. Porta sé, l'amore che ha per i suoi cani e la sua libertà. Basta un pezzetto di legno per giocare tra di loro, e più li osservo e più mi rendo conto di quanto si somiglino nelle dinamiche. Non so se sia stato lui a insegnare loro o loro a imparare da lui. sono semplici persino nell'approccio, non s'impongono e non si sottraggono all'invito di rendermi partecipe ai loro giochi. E così quando la giornata termina e riporto via i miei fagotti mi sento quasi ridicola, ma felice di aver incontrato chi sa stare al mondo senza rendersi parte di un sistema che non porta alcun beneficio se non quello dell'illusione di avere tutto (quello che non serve).
martedì 15 luglio 2014
Il primo post con molta probabilità è quello più insidioso. Gli argomenti da trattare potrebbero essere infiniti, ma non si sa mai da dove partire. Ma visto che il blog è mio, partiamo da me. Sono katia alias petra di sciara, ho 36 anni e sono siciliana. A un musone preferisco un sorriso, che irradiandosi contagia e ne scatena altri. Ho l'anima sulla pelle da quando conservo memoria. Vivere così è un po' più complicato, ma anche più intenso. E' tanto la gioia quanto il dolore a dare vita o propulsione ai nostri pensieri migliori. Pertanto, i miei post, saranno ispirati all'attuale, a tematiche che mi toccano, e qui scatenerò le parole che ho dentro e che non posso trattenere.
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